Posso entrare signor Brahms?

Johannes BrahmsE così, poco più di un anno fa, si decise che avrei studiato qualcosa di Brahms e si decise per gli Intermezzi op. 117, il si decise sta ovviamente per “la maestra di musica decise e io muta”.
Iniziai dunque con lo studio dell’Andante moderato dell’Intermezzo n. 1: leggo, suonicchio senza riuscire a farmi coinvolgere e procedo con la lettura del brano fino al Più Adagio, movimento sul quale mi soffermo settimane intere senza capirci una beata mazza nonostante la perdita di circa due diottrie per occhio nel tentativo di contare i tagli sopra le note basse. Finché finalmente quei suoni, per quanto ancora lenti e scollati, iniziano ad acquisire un senso: all’inizio è qualcosa di indefinito che mi richiama alla memoria una sensazione scomoda, una di quelle emozioni che cerchiamo di tenere nascoste in angolino dei nostri ricordi e che ci mettiamo un po’ a riconoscere quando uno stimolo esterno le va a solleticare, quando all’improvviso ecco arrivare la rivelazione: rifiuto, solitudine, incomprensione, dolore, insomma tutti quei sentimenti che scaturiscono da una ricerca/richiesta di amore mai soddisfatta e mai sopita.
Mi si apre tra quelle note un vero e proprio vaso di Pandora del disagio e dato che, non sono certo un fenomeno come musicista, ma, modestia a parte, in sfiga affettiva vanto numerose medaglie d’oro, mi sono ritrovata catapultata in un mondo che comprendo fino in fondo, perché appartiene a me tanto quanto al caro Johannes.
Una volta trovata la chiave di lettura, l’intero brano acquista finalmente un senso e tutto diventa più facile, perché dove le mani faticano per difficoltà tecniche e inesperienza, l’anima invece si sente perfettamente a casa e dialoga con la musica, senza dolore né fretta né frustrazione.

L'accordo perfetto.

L’accordo perfetto

Ritrovo questi stessi sentimenti nell’Intermezzo n. 2 in si bemolle minore, un brano stupendo che molti pianisti, anche grandissimi pianisti, eseguono lasciandosi trasportare dal desiderio di fare sfoggio di virtuosismo, mentre io penso che in questo brano in particolare più che la bravura sia fondamentale mostrare l’anima.
Non è una partitura, è un enigma, disseminato di centinaia di piccoli indizi che Brahms posiziona come in una caccia al tesoro con in palio un premio straordinario: la sua anima che si mette a nudo.
Insieme all’anima, gigante e bellissima, di Brahms ho ritrovato anche qualche pezzetto di me che era andato a nascondersi e credo che nessuna parola al mondo possa descrivermi bene quanto l’accordo do fa sib do fa della quint’ultima battuta, l’accordo più bello che abbia mai avuto l’onore di suonare.

C’è una parola in tedesco che riassume bene il cuore di questi Intermezzi ed è Sehnsucht, la “malattia del doloroso bramare”, lo stato d’animo di struggimento interiore verso qualcosa che si desidera ardentemente raggiungere.
Ricerca e desiderio dunque, dolorosi e struggenti, di qualcuno che ci sfugge o di qualcosa che forse ancora nemmeno conosciamo, ma anche e soprattutto ricerca interiore.
Per entrare nella musica – e nell’anima – di Brahms, non bisogna avere fretta e buttarsi a capofitto nell’ottovolante di note, ma bussare gentilmente, chiedere permesso, fare anticamera per spogliarsi di tutto ciò che si credeva di sapere e attendere che lui ci lasci entrare.
E una volta entrati è bellissimo.
Ti voglio bene Johannes.

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